giovedì 17 novembre 2011

To be or not to be

Le relazioni interpersonali sono dettate da un egoismo insito nell'uomo, non necessariamente maligno, ma che tende semplicemente all'autoconservazione, tramite la perenne ricerca di quel sentimento che viene chiamato "felicità". Di conseguenza, considerati i vari meccanismi psicologici che possono venirsi a creare in un soggetto, l'equazione ricorrente è: felicità=cosa buona e giusta. Il principio di autoconservazione dell'uomo, lontano da concezioni di mera sopravvivenza fisica che sembrerebbero abbastanza anacronistici in un contesto sociale comodo, tende a spingere una persona a cercare il benessere fisico, materiale e morale, attraverso criteri di scelta assolutamente non opinabili e personali. Proprio perchè questo principio di sopravvivenza è immediato, cioè guarda all'imminenza delle cose, al fatto concreto che si svolge contemporaneamente alla formulazione del pensiero, grosso limite dell'essere umano è quello di non riuscire a mantenere questo status alterato chiamato "felicità" nel tempo. Nel caso ci si riesca a rendere conto di ciò, come io e tante altre persone abbiamo già fatto, non resta altro da fare che essere coerenti con se stessi, seguendo un criterio diverso di felicità che porta ad essere in pace con la propria coscienza. Arriverà la giusta retribuzione, prima o poi.

sabato 12 novembre 2011

La quadratura

Ci sono due tipi di persone che mi urtano terribilmente: il primo tipo sono le persone che mi rispondono agli sms dopo davvero tanto tempo, facendoti dimenticare a momenti quello che gli hai scritto. Questo tipo di odio è un odio figurato. Non li odio davvero. Odio però tantissimo le persone che non sono in grado di accettare la realtà, che preferiscono le ingannevoli trame di una melliflua bugia piuttosto che aprire gli occhi e prendere coscienza della propria individualità. Non riesco a sopportarli perchè sono diversi da me: io sono sempre stato una persona quadrata, coi piedi per terra; non dico che ho sempre saputo cosa volere e come fare per ottenere qualcosa, ma ci andiamo molto vicino. Il mio obiettivo nella vita di tutti i giorni è essere onesto, sincero, anche se questo mi porta a dire cose spiacevoli. Ma niente di inventato: solo la mia opinione dedotta dalle sensate esperienze della vita quotidiana. Questo, ultimamente, è diventato un grosso problema per me: è difficile continuare dritti per la propria strada, senza schivare gli ostacoli ma anzi, affrontandoli e rimuovendoli mattone per mattone. Perchè, sempre più, mi rendo conto di essere il solo a fare così. Prendete un team di muratori: se devono abbattere un muro, ci metteranno meno tempo se il lavoro lo fanno in squadra piuttosto che lasciato fare ad un solo... Ecco. Così mi sento: costretto ad abbattere i muri della menzogna da solo, per l'incapacità di chi mi sta a fianco di farlo da se. E' dura, ma è un compito che, onestamente, faccio con piacere: perchè sono convinto che la ricompensa alla fine della via riuscirà ad alleviare tutte le fatiche patite sino ad ora. Si tira avanti, mattone per mattone, finchè non riuscirò a liberare la strada da tutti questi pezzi di muro. In fondo, sono solo tanti mattoncini

martedì 8 novembre 2011

Flusso di coscienza

Sto ascoltando i Black Sabbath. Electric Funeral per la precisione. Oggi, come sempre del solito, il mio umore rispecchia quello che ascolto. Ho voglia di riff pesanti, ai limiti del doom, una mazzata tra capo e collo non per non pensare più, ma per far sì che ondeggi tra la pesantezza dei suoni.
Sto scrivendo, in questo momento, per noia: non ho l'ispirazione, non ho la solita pergamena su cosa e giusto e cosa no da rispolverare, non ho la vena moralistica che pulsa. Semplicemente, è un orario bruttissimo: le 15.00, quasi. Troppo presto per fare qualcosa, ma allo stesso tempo, troppo tardi per fare qualcosa d'altro. La pigrizia si è impossessata del mio corpo: vorrei sdraiarmi a guardare qualcosa in tv, ma poi mi rialzerei di scatto per i sensi di colpa, pur sapendo che non combinerei lo stesso nulla della mia giornata. Così, aspetto. Aspetto che accada qualcosa tra le quattro mura amiche di casa mia, consapevole però che sia impossibile che ciò accada: lascerò scorrere pacificamente questo pomeriggio uggioso, aspettando la sera, momento in cui, dato il poco tempo a disposizione, si cerca di rimediare all'ozio del meriggio.
Il 16 Novembre ho il primo esame universitario. Non un esame ufficiale, ma un parziale, dove ci tengo a fare bene. Inutile che vi dica che oggi non studierò, ma per quello non è un problema: il mio rigido schema metodico mi fa arrivare a questo venerdì, vale a dire l'11, con tutto già studiato, dedicando gli ultimi giorni al ripasso. Sono però curioso di vedere l'impatto che avrà l'esame. Voglio dire, ero abituato ai compiti in classe, dove da solo cercavo di combattere l'isteria e la nevrosi di altre 19 persone, tutte vicino a me, tutte che cercavano di essere compatite. Sarà diverso questa volta, o allo stesso modo l'imprecisato numero di miei compagni di corso si farà prendere dal panico?!
Hand of Doom. Sempre dei Black Sabbath. La canzone è cambiata, il mio umore no. Forse è anche colpa del tempo: non piove, non c'è il sole. A metà, precisamente. Non fa freddo, ma non fa caldo. Ma non si esce, niente affatto: è troppo presto.
Apro Facebook, curiosando un po' nella home, ma niente di straordinario: foto di serate a cui sono fiero di non aver partecipato, link che mettono in mostra ipocrisia e ignoranza, nulla di divertente. Facebook non mi piace, ma purtroppo è diventato essenziale, dato che ha sostituito MSN, le mail e gli sms. Twitter è molto più divertente, se non fosse per i complessi di superiorità che assumono i vari VIPS non appena notano che qualcuno li segue. Iniziano ad intasarti anche lì la bacheca con cose che, in teoria, non interessano a nessuno, ma che trovano riscontro nella popolazione. Purtroppo ci sono dentro anche io. Per ora.
Iron Man. I colpi di gran cassa fanno tremare le finestre. Forse devo abbassare il volume. E, smettere di scrivere. Ma non ci riesco, davvero. Non ho niente di meglio da fare e ciò mi dispiace. Penso che andrò avanti ancora per sette minuti, così da pubblicare questo post esattamente alle 15.00 in punto.
Esatto, ho mentito: quando ho iniziato a scrivere non erano ancora le 15.00, ma qualche minuto prima. Fa differenza?
Altra cosa: nessuno sarà mai in grado di leggere questo post. Perchè se le persone non hanno il coraggio di perdere tempo a leggere riflessioni brevi, non immagino come possano reagire nel momento in cui vedono questo vero e proprio muro di testo. Potrebbero mettersi a urlare, piangere, correre via dal pc, o semplicemente essere indifferenti, come sempre. E pensare che questo è un vero e proprio manifesto della mia situazione: sempre in bilico. No, non è vero: detto così sembro una di quelle persone borderline, con necessità di essere salvate. Le storie da film, insomma. Falso, io non sono in bilico: sono in perenne e perfetto equilibrio. Ho le idee chiare, troppo chiare; talmente chiare che non mi sorprende più nulla di quello che succederà. Se si potesse scommettere sulla vita, quella vera, sarei già miliardario. Soprattutto sulla vita degli altri! E' molto più facile scommettere su di loro che su noi stessi. Non so il perchè però: forse perchè è più semplice osservare qualcuno che hai di fronte, piuttosto che fare una analisi interiore.
Mancano quattro minuti: inizio ad essere stanco. Questo testo diventa più disturbante man mano che vado avanti, e non vedo l'ora di prendere un caffè. Certo, dovrei alzarmi ed andare in cucina, ma almeno spezzerei la monotonia...
Sapete cos'altro mi fa ridere?! Che tutto quello che ho scritto da circa dieci minuti a questa parte è una gran cazzata. Ma che se lo avesse fatto uno scrittore di professione si sarebbe gridato al capolavoro: il manifesto della nuova umanità! Una fotografia della crisi dei valori degli anni duemila!
Aaah, cazzate.
Due minuti.
Devo pensare ad un modo per chiudere ma non è facile: non si tirano le fila di un discorso quando un discorso vero e proprio non c'è. Ripenso alle loro faccie: loro, quelli là fuori che proveranno a leggere questa roba. Sempre se ce ne saranno. Immagino il loro disgusto per queste lettere così bianche, lucenti... Odio la banalità. Odio la superficialità. Forse a volte sono anche io superficiale ma non me ne rendo conto. No, non lo sono: io non sbaglio mai.
Le 15.00.

sabato 5 novembre 2011

Punto di rottura

Prima di iniziare la solita filippica, voglio portare alla attenzione dei miei nulli lettori due cose che trovo fantastiche: la prima è data dal fatto che non ho aggiornato il blog per più di due giorni, il che mi fa capire che ho ancora una vita reale, e credetemi, non è un traguardo da poco; la seconda è che nessuno ha commentato il mio post precedente, dandomi, di fatto, ragione. Ed io amo aver ragione! Potete dire che magari qualcuno ha letto e non commentato, ma non ci sono prove. Ho vinto, di nuovo.
L'argomento di oggi, comunque, è flebilmente collegato a quello precedente: quanto conta andare avanti con le proprie convinzioni? Quanto è importante essere coerenti nella propria vita? Quanto è importante fare una cosa che, probabilmente ci danneggia, ma che portiamo avanti con coerenza perchè "è la cosa giusta da fare"?
Io amo le persone coerenti. Amo chi porta avanti strenuamente una idea. Amo chi fa di tutto per difendere la propria posizione anche quando le persone gli danno contro in ogni modo. Amo le persone che cercano, sempre e comunque, di vedere del buono nelle proprie convinzioni e lottare per cercare di illustrarle agli altri.
In sintesi, io amo me stesso.
Perchè io sono fatto così: sono testardo. Posso avere gli amici che mi dicono di lasciare perdere, che non ne vale la pena,; io ringrazio, perchè rispetto il loro punto di vista e so che se dicono certe cose lo fanno solamente per il mio bene. Ringrazio perchè sono contento di avere accanto persone che sono pronte a dare la loro opinione, e NON l'opinione che voglio sentire da loro. Ringrazio, ma vado avanti per la mia strada. Anche se, nell'immediato, non ottengo frutti, anzi! Tutto il contrario! Tuttavia so di essere nel giusto, so che prima o poi avrò ragione.
Si ma... quanto conta avere ragione? E' così importante dire: "Te lo avevo detto?".
Fino a che punto bisogna difendere le proprie idee? Fino a che punto bisogna avere speranza in quello che può accadere, sapendo che agendo per il meglio, probabilmente le cose andranno meglio?
Il confine tra la coerenza è la stupidità è sottile. Molto sottile. Si arriva, un bel giorno, al punto di rottura, dove non si rinnegano le proprie idee (giammai!), ma si prende atto che, forse, non è così importante avere ragione, ma semplicemente lasciare perdere.
Perchè molto spesso aver ragione non è consolatorio. Nel momento in cui ti accorgi di aver sempre avuto ragione sin dall'inizio... beh, stai raccogliendo i cocci. Sei già alla fine.
Coerenti si. Stupidi no.

mercoledì 2 novembre 2011

In offerta

Ho capito cosa mi attira davvero tanto di questo blog, cosa mi porta, dopo mesi di inattività, a pubblicare sorprendentemente un post al giorno.
Il fatto che tutti, o nessuno, possa leggere quanto scrivo. Queste mie parole sono una traccia, una testimonianza, uno stato d’animo che io condivido con qualsiasi persona. E’ bello pensare che, chiunque, possa leggere le mie parole e magari concordare con quanto scrivo, immedesimarsi nelle situazioni, oppure semplicemente criticarmi.
E sapete cosa mi piace di più ancora?! Che nessuno lo farà mai.
Per sfizio, ogni volta che pubblico un post (ovvero ogni giorno, per ora), lo condivido sulla mia bacheca di Facebook, così che i miei “amici” possano vedere cosa scrivo: possono leggere un pensiero che, probabilmente, non condividerei mai con loro; allo stesso modo, le persone con cui ho meno confidenza, possono scoprire un lato di me che non pensavano potessi avere; possono vedere abbattuti i pregiudizi con i quali più volte mi avevano categorizzato. E’ proprio per questo motivo che sono convinto che NESSUNO leggerà mai quanto scrivo.
Conoscere una persona è qualcosa di davvero spaventoso. Ancor di più è terribile conoscere una persona a fondo.
Proseguiamo però per ordine: con questo blog io offro a qualsiasi persona una parte di me. Non mi importa sapere né chi sia questa persona, né cosa faccia, né cosa pensi della mia esistenza; non glielo chiedo e non vorrò mai saperlo; non mi aspetto nemmeno che commenti le varie riflessioni. Io, semplicemente, voglio condividere con una persona un mio pensiero. Fine. E il mezzo adatto per diffondere il mio pensiero, in questo caso, è Facebook, poiché è la rete sociale più frequentata, dove so per certo che i 300 amici circa che ho sono persone con cui potrei entrare in contatto ogni giorno. Nessuno sconosciuto, ma persone che non conosco, se non per nome e per volto.
Quante di queste persone cliccherà sul link che io offro? Quanti saranno incuriositi dall’avatar colorato che ormai utilizzo da anni? Poche, davvero poche. Forse si possono contare sulle dita di una mano… E quante di queste persone, una volta aperta la pagina, proseguiranno nella lettura, invece che cliccare la X bianca su fondo rosso in alto a destra?
Non mi interessa saperlo. So solo che coloro che proseguiranno con la lettura troveranno uno spaccato di me, della mia personalità, che non troveranno da nessun altra parte. In quanti sono disposti a superare le proprie diffidenze? Pochi. Quasi nessuno.
Superficialità. La parola cardine è questa. Una superficialità dettata dalla convenienza: meglio crogiolarsi nei propri pregiudizi su di una persona, su di una cosa, su di un genere musicale, piuttosto che vedere abbattute le proprie certezze. Superficialità che va di pari passo con la paura di scoprirsi in errore, di poter dire: “Ehy, ma quello non è come pensavo io”. Paura di rimanere affascinati da una innegabile abilità scrittoria (senza falsa modestia), che possa portare ad un capovolgimento di opinione.
Anche questo intervento verrà pubblicato su facebook; pubblicato, non pubblicizzato. Non voglio richiamare l’attenzione né sbandierare ai quattro venti l’esistenza di questa pagina. Voglio stuzzicare la curiosità di qualcuno, pungolare la sua fantasia, circondarlo di tante piccole lettere bianche.
E provare a togliergli la paura del diverso. Dell’altro. Dell’individuo. Dell’io.

martedì 1 novembre 2011

Il risveglio

Le mie visioni profetiche di ieri sono crollate come un castello di carte. Questa mattina mi sono svegliato e, come prevedibile, nulla è cambiato. Io non mi sento cambiato. Ho passato una serata come tante altre, divertente, abbastanza sobria, ma nulla che mi abbia sconvolto più di tanto la vita.
E, francamente, non desideravo altro.
Ogni anno, la notte del 31 Dicembre, tutte le persone con qualche problema sentimentale, economico, interiore, esteriore, posteriore, abusano di una frase fatta, un ingenuo buonismo speranzoso: "Anno nuovo vita nuova! Speriamo che il 20XX sia un anno migliore del precedente". Non è nemmeno una brutta cosa, a pensarci bene: tuttavia, questa scenetta si ripete puntualmente ogni anno, perchè, giunti alla fine, si è sempre insoddisfatti di se stessi, delle cose che si sono fatti, e si spera di poter fare di meglio, senza accontentarsi di quanto si ha avuto. Il che è anche un bene, poichè mostra un comportamento che tende all'automiglioramento.
Ma, come detto, sono solo frasi fatte: una completa rotazione della terra attorno all'ellittica solare non cambia assolutamente nulla sulle relazioni sociali dell'uomo. Le stelle non hanno un influsso radioso e benefico sulle persone. Il cambiamento tanto sperato, non arriva.
E' un po' presto per parlare di capodanno, ma il mio umore, ieri, era paragonabile al mood che mi attanaglia il giorno del 31 Dicembre: ansiosa attesa verso una serata di festa e giubilo, e allo stesso tempo, completo timore ed apatia verso la stessa che, nella maggior parte dei casi, si rivela come tante altre.
Attendevo però questo cambiamento, questo segno del destino confezionato ad arte per me, perchè era quello che desideravo e che, tutt'ora, desidero. Il ciclo cosmico però di sfiga e fortuna non gira secondo i miei comodi, non si basa sul mio umore; sono sciocche superstizioni.
Così, durante la serata, ho avuto finalmente la mia epifania. Ho avuto la rivelazione.
Io non ho bisogno di un cambiamento. Io non voglio un cambiamento. Non voglio aspettare che qualcosa di nuovo ed inaspettato piombi nella mia vita, capovolgendo le mie certezze. Non mi serve tutto ciò: non è niente di diverso dal motto "Anno nuovo vita nuova".
Allora mi sono reso conto che tutte le volte che è cambiato qualcosa, nella mia vita, era per merito mio.
E allora per questo non mi serve un cambiamento: io voglio diventarlo.
Sono io il cambiamento che aspettavo.

lunedì 31 ottobre 2011

L'attesa

Mi sembra di vivere un dejà vu; Nietzche, se potesse rispondermi, direbbe che è solamente l'eterno ritorno dell'uguale. Sta di fatto che sono tornate alla mia attenzione sensazioni e vicende che mi sembra di aver già passato, in passato.
Stasera è la grande serata di Halloween, ma questo post non è il classico sputtanamento dell'usanza pagana e delle serate a tema ad essa collegate; non è lo sputtanamento dell'usanza di ammassarsi in luoghi angusti per festeggiare una ricorrenza di cui nessuno conosce il significato; quella fase, quella dell'eterno contestatore, penso di averla superata.
Tuttavia, mi rivedo nell'incredibile attesa che mi separa da questa notte: e badate bene, non è la voglia di festeggiare che mi stuzzica, niente affatto; ma è come se questa notte sarà la mia ultima notte.
Non voglio essere profetico, e già ho una mano dove non batte il sole per scongiurare qualsiasi ipotesi nefasta: semplicemente, mi aspetto qualcosa da questa mezzanotte. Una rivelazione, la chiusura di un ciclo. E' come se già io sappia che domani mi sveglierò in modo diverso, cambiato, con nuove convinzioni, con nuove intenzioni. Non credo di sapere perchè io senta questo dentro di me; solamente mi rendo conto che tutte le volte che mi trovavo con uno stato d'animo simile... beh, è successo.
Credo di esserne felice. Tutti desiderano un cambiamento. E fronteggiare ciò mi affascina incredibilmente.